Paolo Cipriani 


Ragazzo! Ragazzo! sono io che chiamo un’ombra sotto le stelle. Non si volta. Credevo di seguire l’ombra giusta. Si sono intrecciate nei miei pensieri. I piani onirici che vi propongo oggi sono particolari, sembrano immagini conficcate sullo sfondo di un panorama di campi, ruscelli e città. Senza animosità. Immagini dai bordi bruciacchiati, ritagliati come francobolli. Impigliati in un acchiappasogni sospeso sopra i nostri letti. Siamo a Kos. Eravamo davanti al castello di Neratsia? All’epoca dell’Impero ottomano? O all’epoca mussoliniana? Non c’è ombra senza luce, anche soffusa. Nel panorama, in primo piano, si possono vedere i cavalieri dell’ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Una famiglia italiana che si fa ritrarre: un’anziana signora, particolarmente felice, sembra quasi danzare, sollevata, sospesa. Botteghe chiuse da tempo. Mi sento un impostore, un tartufo, e soprattutto sono solo, inadatto, un bracconiere di ombre. Sento la voce di un uomo maturo urlare a una donna: «Coprite quel seno che non saprei vedere!» Mi alzo per guardare, poi un silenzio senza fine. Un uomo si avvicina a me: Buongiorno, l’ho riconosciuta. Mi sembra di averla già incontrata. Si ricorda di me? Nessun ricordo.  Mi presento, mi dice, sono Paolo Cipriani, ho legato il mio sosia, mi controlla dall’alto, dall’altro capo di questa corda. Guardiamo entrambi il capo della corda. La luce del sole è troppo intensa. È tutto sfocato, non vedo niente. La luce sull’isola è diventata opaca, le ombre sono velate di rosso. Lui prosegue: però ho dimenticato il suo nome. Gli dico che mi sembrano strani questi veli rossi, rossi come il vino. Gli porgo la mano e gli dico: sono Patrick Lowie, cacciatore di sogni, sfortunatamente sono incapace di dirle se ci conosciamo o no. Cosa nasconde dietro alla schiena? Si volta mostrandomi un quadro. Ad un tratto mi viene in mente: ci siamo incontrati in un altro sogno, vero? In più sogni, forse.

Piano piano ricordo: una volta in un meeting point, un’altra volta ad una mostra, forse qualche viaggio, penso anche di averla già sentita cantare: «Ich bin von Kopf bis Fuss auf Liebe eingestellt» (1), quadri, colori, strane miscele. Pensavo di essere su una spiaggia dorata, una spiaggia a Kos. Tutto si confonde come in un carosello poetico, che gira a sinistra, seduto su un cavallo bianco di legno, rivedo il pittore con la sua famiglia, poi l’Italia, la dolcezza di un’epoca in cui ci si accontentava di una pizza al volo. Il mio cavallo si mette a galoppare, sento i miei avambracci che profumano di cachaça, sono incauto. Nella terza e ultima parte di questa trilogia onirica, ricevo una telefonata: Pronto? Sono Paolo Cipriani, ci siamo visti a Kos. Mi piacerebbe farle vedere una cosa. Ci diamo appuntamento all’uscita di un ospedale di guerra. Mi porta nel suo atelier. Ecco, mi dice nervosamente, quando ci siamo incontrati nell’isola, un uomo ci ha ritratti, mia madre e tutta la mia famiglia. Mi ha spedito il quadro via nave, eccolo qui. Guardi, che strano, mia madre è scomparsa dalla tela. Lei saprebbe dirmi perché? Gli dico che sua madre non voleva lasciare l’isola, gli dico anche che le sue apparizioni in questi sogni non sono per niente banali, assomigliano alla sua arte, poetica, fuggitiva, un’arte sensata. Che ha fatto il meglio che si poteva fare. E che era ora di spezzare la corda del suo sosia che non smette mai di osservarlo, spiarlo. Gli porgo un coltello da pane, lui taglia la corda di canapa, un corpo cade in acqua e affonda nel mare Egeo o in un acquario, non so più. La luce sull’isola è sempre opaca, penso ai miei novantanove anni di solitudine, riparto a caccia di ombre, dei corpi ricoperti di tessuto crêpe satin rosso, rossissimo. Sento una voce chiamarmi: ragazzo! Ragazzo! Non mi volto.

Patrick Lowie


Traduzione : Irène Seghetti

(1) Dalla testa ai piedi sono fatta per l'amore, cantava Marlene Dietrich nell'Angelo Azzurro di Josef von Sternberg

© Paolo Cipriani 2017